Inizio col raccontarvi una storia...

Un giorno, non molto tempo fa, mi trovavo davanti ad un video di bike trial, nel quale un amico ora molto famoso stava dando spettacolo e da lì una bizzarra idea si fece strada a distanza di 17 anni esatti: “lo faccio...mi ricompro una bici da trial!!” Un paio di telefonate ai vecchi amici ancora nel giro, ed ecco arrivare la prima destabilizzante domanda: "ti interessa un 20", un 24" o un 26"?". Di cosa parlavano? Ai miei tempi c'era solo una misura (il 20"). Subito mi resi conto di quanto questo sport era cambiato nel frattempo!
Dopo un mese me la portarono davanti al naso: una 20". Già ad un primo sguardo notai alcune fondamentali differenze: tutto lo spazio che prima era occupato da una sella sorretta da un tubo verticale era sparito completamente e c’era un freno a disco a bloccare la ruota anteriore adesso. Cose decisamente impensabili ai miei tempi.

(Mondiale Spagna 1988 - Nazionale Italiana)

Salito su...eh si, ero decisamente arrugginito, la prima sensazione incredibile che ricordo fu che i freni...FRENAVANO! e mi dissi “toh ora esistono dei freni che frenano!” Un po' di “surplace” e mi accorsi subito di conservare una "memoria di guida" secondo la quale l'interno dei miei polpacci e delle mie ginocchia cercavano di toccare, sentire, quel tubo verticale e quella sella, che non c’erano più e che da sempre mi aiutavano per equilibrare la mia stabilità e darmi un riferimento.
Era decisamente cambiato tutto e io mi sentivo altrettanto decisamente VINTAGE!

Quel giorno, quel momento, ha fatto crescere in me la mia curiosità di conoscere, capire osservando con gli occhi di un "vintage biker", quale mio malgrado sono, le enormi differenze che rappresentano e caratterizzano l'evoluzione del nostro amato sport: il trialsin, o bike trial che dir si voglia.
17 anni di evoluzione sono un bel po’ di tempo e penso che per tutti sia una cosa piacevole scoprire un po’ di nuovi dettagli sul tema, così ho deciso di metterle giù e di condividerle con voi.
Inizialmente un osservazione su un piano sportivo generale per poi addentrarmi di più nello specifico, provando a paragonare le tecniche di guida passate, con quelle del presente. Infine un’analisi squisitamente tecnica parlando un po' dei cambiamenti che le nostre fedeli compagne, le bikes hanno subito nel corso di questi anni.

Qualche uscita di allenamento con gli amici che avevo lasciato tanti anni fa smettendo di correre e che nel frattempo hanno continuato ad evolversi e migliorare, mi è bastata per rendermi conto che, aldilà del fatto che sono completamente fuori forma, io, bicitrialista di fine anni '80, conservo una diversa visione della "zona", delle traettorie, uno stile di guida che appartiene ad altri tempi, forse addirittura  pratico un altro sport...

Il biker di oggi, vede e considera il monoruota (sul posteriore, e per i più dotati anche l'anteriore) come soluzione obbligata per risolvere i passaggi più difficili e stretti, forse anche abusandone un po', utilizzandolo anche dove (a mio modesto avviso) sarebbe evitabile; lo stesso mono ruota, una quindicina di anni fa, veniva praticato il minimo indispensabile, e parlo solo di quello sul posteriore, in quanto i palleggi sulla ruota davanti, erano prerogativa esclusiva delle dimostrazioni, degli show e delle esibizioni; in gara queste acrobazie spettacolari ma estenuanti, venivano ridotte allo stretto necessario, anche in considerazione del fatto che le bici pesavano circa il doppio di quelle attuali, e i freni, erano quasi solo a cavetto (come non ricordare i primi sistemi a tiraggio centrale, a carrucola, doppio tiraggio centrale con carrucola, doppia morsa davanti e dietro la forcella e tanti altri, ma approfondiremo queste cose più avanti..), con pochissima potenza di frenata, che ci costringevano ad interventi certosini e artigianali per migliorarne le comunque povere prestazioni; mi tornano in mente in particolare la fresatura dei cerchioni, molto più blanda di quella che si fa oggi, e/o l'applicazione di spray antislittante (quello per le pulegge) sul bordo del cerchio stesso, una soluzione molto efficace, ma solo all'asciutto, dato che se per disgrazia il cerchio spruzzato entrava in contatto con l'acqua (piogge improvvise o inaspettati passaggi in fiumi o ruscelli) si formava una patina pastosa e addio a qualunque velleità di bloccaggio delle ruote.

Solo successivamente, con la partecipazione al mondiale del 1988 ho aperto gli occhi per la prima volta ai freni idraulici, nel primo modello Magura, un impianto assolutamente innovativo per l'epoca, ancora non entrato in serie, ma montato sui prototipi di Ot Pi e Joseph Ribera, assieme alle prime ruote posteriori a gomma larga, anche quelle, mai viste prima, pura fantascienza.

Un altro aspetto che cattura la mia attenzione nell'osservare piloti attuali, è che il biker moderno, credo si trovi ad affrontare zone molto più "esasperate", che offrono una sola chiave di lettura, una sola possibilità di risoluzione, mentre in passato si potevano considerare più traettorie, ogni pilota optava per quella che più si addiceva al suo stile di guida, c'era quello che preferiva la discesa di rocce e gradini in maniera "copiata" (termine che deriva dal trial motociclistico) chi preferiva il salto in laterale chi si avventurava nei primi salti frontali, appunto palleggiando con il posteriore. Una volta si usavano anche le “volées”, anche quelle rubate al trial motociclistico e si cercava di sfruttare al massimo ogni possibilità di rincorsa...una concezione così lontana da quella che viviamo oggi, dove si vedono le ruote quasi sempre completamente bloccate e questi piloti, sempre più somiglianti a stambecchi, data la loro abilità di scalare ostacoli per alcune persone impensabili anche solo a piedi. 

(Luca Monateri - Lazzate 1987 - Uso della tecnica "a copiare" in discesa)


(Marco Monateri con la maglia di Campione del Mondo - Lazzate 1987 - Uso della tecnica "a copiare" tra due ostacoli)

Ricordo che una volta si faceva un uso smodato degli appoggi, che venivano abbastanza tollerati dai giudici di gara, parlo di appoggi con il paracolpi, visto che non sempre si saliva un ostacolo "di gomma" o "al volo" e questo perché in un trial dove non c'era limite di tempo per terminare una zona, i piloti si concedevano lunghe pause, poggiando spesso anche il pedale a qualunque spuntone si prestasse all'uso, per aiutarsi nell'equilibrio (occhio però a non toccare con punta del piede o tallone!), recuperando fiato e preparandosi all'ostacolo seguente; oggi, non si prende quasi neanche in considerazione l'uso della piastra para corona, soprattutto nell’UCI dove è penalizzata per regolamento o comunque ogni dove guidando una bike da 26", complice il fatto che nei 26, non esiste proprio la piastra, ma un minuto appoggino messo li più a riparo della ruota libera che altro.
Faccio leva sul discorso degli appoggi, per riflettere sul fatto che il rovescio della medaglia del regolamento senza limite di tempo, erano le estenuanti code che si formavano per entrare in zona, specie al mondiale, con sempre tanti partecipanti, un vero motivo di perdita di concentrazione per il pilota e il danno lo subiva anche la spettacolarità dello sport stesso, nel senso che gli spettatori profani, quelli che per la prima volta osservavano questo sport, trovavano il Trialsin estremamente statico, lento, finendo con lo stufarsi. Di sicuro questo problema è stato ovviato al giorno d'oggi, con il tempo massimo per ogni zona e il tempo massimo di gara, due idee che trovo molto valide.

Vi parlerò ora di una tecnica a cui ho finora fatto solo un breve accenno; un metodo che ai miei tempi veniva usato con molta parsimonia e solo dove lo spazio fra due bandierine lo permetteva: il laterale; anche qui, come nel caso dei rimbalzi sul posteriore e l'anteriore, questo sistema veniva usato solo in "discesa" ovvero per saltare, scendere da muretti, rocce, o per affrontare una discesa impossibile da copiare; la bicicletta messa di fianco veniva utilizzata allora al 50% del suo reale potenziale, mentre a tutt'oggi, questo sistema trova grandissima diffusione nel SALIRE gli ostacoli, vista la forza della spinta di compressione che un buon biker sa imprimere sul pedale che carica, partendo dal mono ruota sulla posteriore, rilasciando poi per schizzare in alto, una meraviglia da vedersi, soprattutto quando si tratta di altezze considerevoli, che vengono letteralmente mangiate in un boccone, una tecnica che devo dire sinceramente, invidio molto a chi la sa praticare come si deve.

Abbiamo dunque esaminato tutte quelle tecniche di guida oggi "base" che nel tempo, grazie all'estro dei piloti più forti e all'inevitabile progresso tecnologico dei mezzi, si sono ampliate, perfezionate, usate per scopi diversi da quelli iniziali e quelle che sono invece sparite per fare posto a nuove. 
E' arrivato quindi il momento di guardare un po' più nel dettaglio l'altro aspetto, l'evoluzione dal punto di vista tecnologico, ovvero che differenza passa tra una bici da trial anni '80 ed una moderna; beh, per tutti coloro che, come il sottoscritto le hanno provate entrambe, viene quasi da ridere, messe una a fianco all'altra si direbbero biciclette appartenenti a sport diversi, cambiano i materiali, il conseguente peso, i freni, le ruote, l'elenco è credo tanto lungo quanto interessante, quindi perché non addentrarsi un po' più nell'argomento.
Lo facciamo nella seconda parte però....quindi seguitemi.

A presto...

Luca Cera.

 

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