Nasce con questo primo articolo, una nuova rubrica dedicata agli albori della “bici da trial”, un riflettore che va ad accendersi su ciò che è stato “il comincio” di questo mondo, che é un’importante pagina che va riletta e conosciuta, semplicemente perché è la prima e da quella ha inizio tutto.

Non volendo incappare nell’errore di fare diventare queste righe, delle noiose descrizioni di pagine e pagine di solo cronismo e storia, ho pensato di far parlare direttamente quei ragazzi, quegli atleti, che allora facevano parte di quel mondo, di quel primordiale momento del trial in bici, attraverso delle interviste dirette.
Da noi in Italia a quei tempi lo chiamavano “BMT”, in Spagna e nella maggior parte delle altre nazioni si parlava di “Trialsin”, ma che cos’era? come si viveva questa nuova disciplina a pedali? qual’era lo spirito che muoveva questi ragazzi ad abbracciare questo sport e non altri più comuni o se vogliamo “normali”? come lo incontravano in un era ancora lontana dall’uso di internet,  dei video su YouTube, degli smartphone, dei forum, dei negozi on line e tutte quelle facilità di cui oggi tutti possiamo godere? come vivevano le prime gare? quali erano i loro sogni? come vedevano l’evolversi delle bici? delle tecniche? e molto altro ancora.
Ebbene lo abbiamo chiesto direttamente a loro attraverso dieci domande: cinque uguali per tutti, in modo che ci diano di ritorno una fotografia generale, che ci riporti attraverso le loro parole, pensieri ed emozioni, a delineare un’istantanea di quello che era quel movimento. Altre cinque invece più dirette e personali, per capire anche le differenze tra questi ragazzi, il loro modo di essere atleti, le diverse personalità, le loro motivazioni e magari trarne qualche saggio consiglio, per migliorare ciò che siamo oggi.



Il primo che siamo andati a trovare è un atleta che a cavallo tra gli anni '80 e '90 si è distinto sia a livello italiano che mondiale, con qualche buon risultato, ma che soprattutto è stato un fulcro, una grande risorsa, per molti ragazzi che si sono approcciati successivamente a questo sport.  Una persona che vedrete dalle sue risposte, ci aprirà la porta di quel mondo, delineando bene quali erano le difficoltà e il diverso spirito che si presentava.  Scopriremo di lui un po’ di particolari salienti della sua carriera, la sua voglia di emergere, attraverso le sue emozioni e i suoi ricordi.
Lui è
Luca Cera, ligure classe 1978, atleta di punta Silver Star tra l’1989 e il 1990 e questa è l’intervista che ci ha gentilmente concesso:

_Ciao Luca, ben tornato!
allora iniziamo dal principio : ti va di raccontarci i tuoi primi passi nel mondo del Trialsin, come ti sei avvicinato a questo sport e da dove hai iniziato per imparare?

Ho iniziato ad appassionarmi guardando mio padre, che all'epoca praticava il trial motociclistico, avevo una bmx modificata e cercavo di imitarlo al meglio delle mia capacità. Un giorno, avrò avuto 5 anni, mio padre mi ha visto fermo in “surplace”, poi iniziare a fare gli spostamenti con la ruota davanti e ha pensato di farmi provare, quindi, con il mio carissimo amico Luca Bruno, (anche lui un gran pilota, che purtroppo ci ha lasciati anni fa), passavamo i pomeriggi ad inventarci il trialsin che vedevamo solo nelle foto prese dai giornali di moto da trial, non conoscevamo nessuno che praticava, non c'era internet, niente, nessun termine di paragone. Poi  è arrivata la prima bici da trial vera e propria, l'invito a venire dalle nostre parti ai fratelli Monateri (allora già campioni navigati) per allenarci con loro, e da li i primi contatti e poi le gare.


_ Arrivarono poi le gare e la carriera agonistica: quali tipi di campionati hai vissuto, in che anni, con che bici?

Se ripenso alla  bici con cui ho debuttato mi viene da ridere perché era una semplicissima Monty T17 (modello da adulto, quella da bambino era chiedere troppo) che mio padre aveva riverniciato di un colore assurdo: grigio topo! Quando l'ho portata al mondiale tutti pensavano si trattasse di un qualche strano prototipo costruito da chissà quale nuovo marchio o telaista . Dopo di quella, che mi ha portato comunque soddisfazioni enormi come la vittoria dell'italiano 1988 e il settimo posto mondiale, è arrivata la Silver Star, bici ufficiale con cui ho partecipato al mondiale 89 e ai campionati italiani 89 e 90, vincendoli entrambi.


_Di queste esperienze, sicuramente conserverai gelosamente un sacco di bei ricordi: qual è stato il momento apice, quello che ti ha dato più soddisfazione e che ancora oggi ti rende orgoglioso?

Tutte le gare, anche quelle non vinte, le batoste, i pianti, così come le soddisfazioni, hanno un posto ben definito dentro di me e grande importanza. Ma  il 1988, l'anno del debutto, ha portato le maggiori gratificazioni: il primo campionato italiano vinto, il più difficile. All'ultima gara eravamo in tre a pari punti, la classifica sarebbe stata quella dell'intero campionato, pioveva a dirotto, faceva un freddo cane, ricordo le labbra viola, il battere i denti, ma è stata una vittoria meravigliosa. Nello stesso anno  ho partecipato a due gare su 4 del  mondiale (per motivi economici) e alla seconda, in Francia, dopo aver concluso il primo giro al terzo posto, ho mancato il podio per un soffio finendo quarto, il mio miglior risultato mondiale di sempre. Questi sono i due ricordi più belli.


_Mi parli un po’ dell’ambiente di quel “trialsin” anni 80? Che aria tirava, quali erano i vostri stimoli, i vostri miti, i vostri obbiettivi o sogni.  Come lo vivevi tu questo sport?

C'era una differenza enorme tra il campionato italiano, più “intimo”, a cui partecipavano relativamente in pochi e il mondiale, che aveva sempre un'atmosfera speciale. C'era comunque tanto agonismo, anche se eravamo considerati i “figli di un Dio minore” rispetto alle moto e  venivamo sempre associati al trial motociclistico, come se il trialsin non fosse uno sport a sé stante, con  una sua propria identità e un riconoscimento; almeno questo era  quello che percepivo io. I miei miti erano sicuramente tre campioni dell'epoca: Marco Monateri, un italiano pluricampione del mondo, Kenichi Kuroyama, campione del mondo della mia categoria e Joseph Ribera, che nell'88 riuscì nell'impresa di battere nientedimeno che il mitico Ot Pi e vincere negli elite. Gli obiettivi erano per quasi tutti un futuro passaggio alle moto, spesso imposto o caldamente raccomandato dai padri, come nel mio caso e in quello di molti altri. Io ho sempre vissuto l'ambiente agonistico con molto pathos e molta emozione, per non dire tensione, ma sono contento di averlo fatto.


_Come vedi il biketrial oggi? Cosa trovi di diverso che ti piace e cosa invece non ti piace?

Non mi piace il fatto che esistano delle Federazioni distinte, con regole diverse: lo trovo destabilizzante. Parliamo di uno sport ancora direi poco conosciuto, relativamente poco praticato e sfaldarlo ulteriormente in due “classi” distinte penso sia un errore. Lo sviluppo dello sport in sé, il farlo conoscere a sempre più gente, dovrebbe essere l'obiettivo comune  e dovrebbe andare aldilà degli interessi di persone che,  pur per ragioni validissime, creano confusione a chi si avvicina a questo sport da profano.
Per il resto, adoro vedere avanzare il progresso tecnologico, la creazione di marchi di bici nuovi e innovativi, la possibilità di scelta tra il 20” e il 26” e oggi anche il 24”e soprattutto adoro le nuove tecniche di guida, soprattutto il monoruota, che ai miei tempi era utilizzato il minimo indispensabile ed ora è diventato praticamente una tecnica base.


_Entrare nel mondo di questo particolare sport ti forgia anima e corpo: c’è qualcosa che ti ha insegnato in maniera particolare a livello personale?

Ringrazio di aver praticato il bike trial perché mi ha insegnato a soffrire, a tenere duro e a non mollare mai; questo mi è stato molto utile nella vita, dove c'è comunque sempre da competere, che lo si voglia o no. Inoltre mi ha insegnato a pensare con la mia testa e a staccarmi dalla massa. I miei compagni di scuola e amici all'epoca praticavano solo il calcio, a volte il basket e nulla più: quando parlavo di trialsin mi guardavano come fossi un marziano e non capivano, o mi prendevano in giro. Ma quando mi vedevano in qualche esibizione raccoglievo molti complimenti. È uno sport per pochi, ma estremamente cool e per un bambino sapere che ci si può sentire bene pur non appartenendo “al branco” (di futuri calciatori o qualunque altro sport più blasonato) credo sia importante, insegna a seguire le proprie passioni senza uniformarsi alla maggior parte delle persone.


_Ma il biketrial nel Luca Cera di oggi c’è ancora? alla luce delle tue esperienze, quale sarebbe il primo insegnamento che daresti a una nuova leva che sogna di percorrere questa strada sportiva?

Nel Luca di oggi c'è ancora tanta passione, le immagini e i video mi emozionano ancora, mi incantano; ho ancora qualche bici, ma gli acciacchi dell'età rendono le cose difficili, mi alleno saltuariamente e per puro divertimento. Ad un ragazzino che decidesse di iniziare direi di avere pazienza, è uno sport molto difficile tecnicamente e all'inizio si è perlopiù soli, a differenza di altri sport dove basta iscriversi e ci sono società e allenatori che ti seguono. Ma direi loro che ne vale la pena. Io ho praticato altri sport, ma quello che so fare quando salgo su una bici è quello che mi dà più soddisfazione; quindi li esorterei a non mollare, perché il bike trial è uno sport completo, che ti forgia, psicologicamente e fisicamente, e ripeto: la strada è lunga ma le soddisfazioni che ne derivano sono enormi.


_Ed eccoci alla domanda scomoda anche per te:  hai scelto poi di passare alla moto da trial, purtroppo dobbiamo dire non con i risultati sperati  e poi ti sei fermato.  Cosa è successo?

Aaaaaahhhhh...tasto dolente, sì i risultati non sono stati quelli auspicati, puntavo in alto, al professionismo, e a 16 anni vedere il sogno di una vita che ti si sgretola nelle mani da un giorno all'altro è difficile da mandare giù. Oggettivamente, per me (e da quanto ho poi visto anche per molti altri) il fattore economico ha giocato un ruolo determinante; non sono certo che se avessi avuto più disponibilità sarei arrivato più in alto, ma avrei avuto qualche possibilità in più. Ho spesso analizzato la questione con mio padre e abbiamo convenuto che il trial motociclistico ha dei costi proibitivi per una famiglia di operai, almeno se uno punta in alto. La bici invece ha costi decisamente minori, è più equa in questo senso. Infine, a quell'età, cominciavano a sorgere i primi grossi conflitti caratteriali con mio padre, che mi ha sempre seguito in tutto e per tutto, i risultati non arrivavano, le spese erano proibitive e abbiamo deciso di non proseguire oltre: ma credo che di storie come la mia ce ne siano parecchie, anche relative a piloti decisamente più bravi.


_Ok  Luca, un infinito grazie per aver condiviso un po’ di tempo con noi e vorrei chiudere con questa domanda: se ti chiedessimo di fare ritorno a occuparti in qualche modo di biketrial visto che la passione che ti muove è una risorsa da non sprecare, cosa ci risponderesti?

Tornare ad occuparmi di bike trial? Beh, sarebbe un sogno, davvero e grazie infinite a voi per questo salto nel passato e per la possibilità di raccontarmi.


Con l’intervista a Luca abbiamo dato il via a questo progetto “vintage”, questa serie di interviste a Campioni di un tempo che era senz’altro ben diverso dal nostro di oggi, e dalle risposte di Luca già si inizia a delineare un quadro generale molto lontano dal bike trial odierno, che è meno vicino e meno legato al mondo del trial in moto, di quanto non lo fosse allora per esempio.  Ci diamo appuntamento quindi alla prossima “puntata”, dove andremo ad intervistare uno degli atleti Italiani che più ha riscosso successi in campo internazionale in assoluto, un ragazzo sconosciuto sicuramente dalle nuove leve, ma che ha scritto direttamente pagine di storia della bici da trial italiana e mondiale, pagine che vale la pena conoscere direttamente attraverso le sue parole.

- Andrea Marchi -